C’è una Trieste che si lascia raccontare dal fruscio delle onde sul Molo Audace, dal vento che accarezza le pietre della città vecchia, ma c’è anche un’altra Trieste, fatta di silenzi, archivi dimenticati e uomini che, cercando di preservare la memoria, sono finiti per perdersi nel mistero. Uno di questi uomini si chiamava Diego de Henriquez. Un signore distinto, con la giacca un poco consunta, taccuino in mano e lo sguardo puntato verso orizzonti lontani. Lo si vedeva spesso camminare da solo. Non era solo un collezionista di cimeli di guerra, come qualcuno ancora superficialmente lo descrive, era un testimone attivo della storia e forse proprio per questo, un uomo scomodo.
📚 Un archivio vivente
De Henriquez, spendendo quasi tutti i suoi averi e riducendosi ad una vita da mendicante, ha raccolto per decenni tutto ciò che riguardava la guerra. In una raccolta imponente, oggi in parte visibile al “Museo della guerra per la pace di Trieste”, c’erano elmetti, carri armati, divise, fotografie, documenti, ma anche i suoi diari. Si dice che avesse riempito centinaia di quaderni. Dentro di essi, non solo riflessioni personali, ma nomi, simboli, indizi lasciati sui muri della Risiera di San Sabba, appunti su collaborazionisti, operazioni coperte, segreti che nessuno avrebbe dovuto scoprire. Chi lo conosceva bene lo descriveva come un uomo che aveva visto troppo, non un visionario, ma uno studioso che stava cercando qualcosa. E forse, alla fine, l’aveva trovato.
🔥 Il fuoco e la fine
Il 2 maggio 1974, un incendio devasta il suo magazzino-abitazione di via San Maurizio. De Henriquez muore tra le fiamme, circondato dai suoi archivi. Il rogo cancella gran parte del suo lavoro e con esso, forse, anche verità troppo pericolose per essere divulgate. L’autopsia verrà fatta solo mesi dopo. Le circostanze rimangono oscure. Ufficialmente un incidente, ma chi lo conosceva non ci ha mai creduto davvero.
👥 L’amicizia con Gaetano Perusini, un altro capitolo inquietante
Tra le poche persone vicine a De Henriquez c’era Gaetano Perusini, professore originario di Ipplis, proprietario terriero, anche lui appassionato di storia e archivista non convenzionale. Dopo la morte di Diego, Perusini comincia ad indagare, vuole capire cosa sia successo e cosa De Henriquez avesse davvero scoperto. Tre anni dopo, anche Perusini viene trovato morto. Un omicidio, ma il caso viene archiviato frettolosamente come un delitto a sfondo omosessuale. Una spiegazione che molti hanno sempre trovato debole e artificiosa. Prima di morire Perusini aveva affidato dei documenti a un custode della sua tenuta, Rocca Bernarda, con istruzioni precise: “Mostrali solo in caso di emergenza”. Ma dopo la sua morte, quei documenti spariscono misteriosamente. Viene compiuto un furto mirato. Nulla viene toccato, tranne quelle carte. A completare il quadro, un altro fatto inquietante. Poco prima di essere ucciso, Perusini lascia in eredità i suoi beni all’Ordine di Malta, all’epoca sotto l’influenza di Licio Gelli, gran maestro della loggia P2. Perché? Cosa aveva scoperto? Cosa lo legava a certi ambienti?
📖 Diari, memorie, verità mai dette
Oggi, nel silenzio ovattato del Museo a lui dedicato, il nome di Diego de Henriquez resiste. Ma molti interrogativi rimangono sospesi. Cosa contenevano davvero i suoi diari? Che ruolo aveva avuto durante l’occupazione? Perché alcune sue scoperte sembravano così scomode?
🕯️ L’eredità di un uomo scomodo
Diego de Henriquez non è stato solo un collezionista. È stato un archivista della memoria scomoda, un uomo che ha cercato di costruire la pace partendo dal riconoscimento dell’orrore.
Uno studioso un po’ ingenuo, ma sensibile e giusto, che credeva in una cosa molto semplice, un mondo migliore. La sua storia è parte della storia di Trieste. Quella che non sempre trovi nei libri di scuola, ma che pulsa ancora tra le pietre della città, nei suoi musei, nei suoi silenzi e, forse nei suoi misteri ancora irrisolti.