La linea di demarcazione tra goliardia e senso civico torna al centro del dibattito dopo i recenti provvedimenti adottati in diverse realtà universitarie italiane. A fare da detonatore è stata la festa di ateneo di Venezia, in cui quasi 800 universitari hanno partecipato alla consueta cerimonia di conclusione del percorso di studi assieme alle loro famiglie. Le celebrazioni si sono concluse con il lancio dei tocchi al cielo, ma a finire sotto i riflettori non è stato tanto lo spirito conviviale che tradizionalmente l’ha caratterizzata, quanto gli eccessi che si verificano spesso in tali circostanze e sempre di più spingono le autorità a introdurre divieti e limitazioni. Anche in altri atenei, infatti, da Padova a Varese, si registra una crescente attenzione, e una conseguente regolamentazione, delle manifestazioni studentesche.
La celebrazione delle lauree è un momento fortemente identitario, che coinvolge studenti, amici e parenti e segna la conclusione di un percorso importante. In questo contesto, i divieti imposti dalle amministrazioni universitarie e cittadine possono apparire, a prima vista, come un’ingerenza nella libertà individuale. E in parte lo sono. Ma la domanda cruciale è un’altra, fino a che punto è giusto limitare il singolo per garantire il bene comune?
Da sempre la goliardia, termine di origine medievale che indica un insieme di associazioni studentesche, tipiche dell’Italia, ma per certi versi affini a organizzazioni presenti anche in altri paesi, rappresenta molto più di una semplice tradizione. E’ lo spirito stesso che anima le comunità di studenti, un equilibrio tra impegno nello studio e desiderio di trasgressione. Tra ironia, convivialità e gusto per l’avventura, costituiva un vero e proprio rito di passaggio inserito in un sistema di codici condivisi e sostenuto da una maggiore tolleranza sociale verso determinate forme di scherzo. Oggi, in una società più attenta alla dimensione psicologica e al rispetto dell’ambiente e degli spazi comuni, quegli stessi comportamenti assumono un significato diverso. Gli scherzi goliardici, infatti, non devono mettere a rischio la sicurezza né il decoro dei luoghi pubblici. I festeggiamenti non possono trasformare il selciato di vie e piazze cittadine in una vera e propria “cucina” ricoperta di uova, farina e ogni tipo di genere alimentare. E’ su questo crinale che si misura la maturità di un ateneo e, più in generale, di una comunità.
Che cos’è infatti “la cultura”? È solo quella che si impara sui libri? Oppure è qualcosa di più vasto e complesso? Cultura, come sosteneva Antonio Gramsci, non è solo possedere un bel malloppo di informazioni, conquistato magari con fatica, chini sui libri, ma molto molto di più. E’ una commistione di più elementi che unisce organizzazione, disciplina, comprensione del proprio valore e del proprio posto nel mondo, anche in relazione agli altri.
Purtroppo, non esistono formule per calcolare e definire il confine tra goliardia e mancanza di senso civico. La sfida delle istituzioni non sta nel vietare tutto o nel lasciare fare tutto, ma nel costruire una cultura della goliardia responsabile, in cui il senso civico non sia imposto dall’alto ma condiviso dal basso. Le amministrazioni hanno il dovere di intervenire quando il limite viene superato, ma il cambiamento più profondo si gioca altrove. Nasce dalla capacità degli adulti di educare e dei giovani di riconoscere che il rispetto non è il contrario del divertimento, bensì la sua condizione.
In questo scenario anche l’università di Trieste osserva, riflette e si interroga. Dopo il giro di vite nel 2020 per feste “senza freni”, oggi l’organizzazione di rinfreschi negli spazi universitari è rigidamente regolamentata. Anche in questo caso l’impegno da affrontare era tutt’altro che marginale: preservare una tradizione goliardica viva senza permettere che degeneri in comportamenti lesivi del bene pubblico. Un equilibrio delicato, che non può essere affidato né al caso né alla sola autoregolazione degli studenti. Perché è proprio nella gestione di questi spazi di libertà che si forma una parte della classe dirigente di domani. I giovani di oggi saranno gli adulti di domani e il modo in cui vivono questi aspetti della loro vita influenzerà il loro rapporto con il potere, con le regole e con la comunità.
La vera posta in gioco non è una festa in più o in meno, né un divieto in più o in meno, è la qualità della convivenza che scegliamo di costruire. Ridere insieme è goliardia, ma quando il divertimento smette di essere condiviso e diventa squilibrio è la comunità intera a pagarne il prezzo. E una comunità matura non rinuncia al divertimento, impara a dargli un limite, e quindi un senso.