Paradiso a numero chiuso. Proteggiamo le spiagge… ma lasciamo passare gli yacht!

Negli ultimi anni il tema del “numero chiuso” per spiagge e città d’arte è entrato con forza nel dibattito pubblico italiano. Dalla Sardegna alla Toscana, fino a Venezia, sempre più amministrazioni locali stanno introducendo limiti agli accessi turistici, prenotazioni obbligatorie e ticket d’ingresso. Una scelta che divide. Per alcuni è l’unico modo per salvare territori fragili e patrimoni culturali soffocati dal turismo di massaper altri rappresenta invece una restrizione della libertà individuale e del diritto di tutti a godere dei beni comuni.

Le immagini delle spiagge sarde affollate fino all’inverosimile, oppure delle calli veneziane sommerse da migliaia di visitatori al giorno, sono diventate simbolo di un fenomeno ormai globale, si chiama overtourism. Luoghi nati per accogliere comunità locali e un turismo sostenibile si trasformano, durante l’alta stagione, in spazi congestionati dove ambiente, qualità della vita e patrimonio artistico rischiano di deteriorarsi rapidamente.

In Sardegna alcune spiagge iconiche, come Cala Goloritzé o La Pelosa, hanno introdotto accessi contingentati e prenotazioni online. L’obiettivo è semplice, evitare che l’eccessiva presenza umana distrugga ecosistemi delicatissimi fatti di dune, sabbia finissima e acque cristalline. A rendere il dibattito ancora più controverso è però una contraddizione sempre più evidente. Molte amministrazioni giustificano il numero chiuso appunto con la necessità di proteggere ecosistemi fragili e ridurre l’impatto umano sull’ambiente. Tuttavia, negli stessi luoghi dove ai turisti viene imposto di prenotare mesi prima per stendere un asciugamano, continuano ad arrivare ogni giorno yacht, gommoni privati e imbarcazioni che organizzano escursioni di massa.

Il paradosso è difficile da ignorare. Da una parte si limita l’accesso via terra in nome della sostenibilità, dall’altra si tollera, e spesso si incentiva economicamente, un traffico marittimo che produce inquinamento, rumore, erosione costiera e danni agli ecosistemi marini. Capita così che il numero di persone sulla spiaggia venga rigidamente controllato, mentre decine di barche sostano a pochi metri dalla riva con motori accesi e continui scarichi in mare.

Questo alimenta il sospetto che il numero chiuso, più che colpire il turismo di massa in sé, finisca talvolta per selezionare chi può permettersi un accesso alternativo e più costoso. Il rischio è che la tutela ambientale venga percepita non come una regola uguale per tutti, ma come un sacrificio richiesto soprattutto ai visitatori comuni, mentre il turismo di lusso continua ad avere un impatto significativo senza subire le stesse restrizioni.

Lo stesso discorso vale per alcune località della Toscana o per Venezia  che rappresenta probabilmente il caso più emblematico. La città lagunare vive da anni una contraddizione profonda. Il turismo è la sua principale fonte economica, ma allo stesso tempo rischia di consumarne l’identità. L’introduzione del contributo d’accesso per i visitatori giornalieri nasce proprio dal tentativo di ridurre l’impatto di milioni di presenze concentrate in pochi mesi. Chi si oppone al numero chiuso solleva però una questione importante. È giusto limitare l’accesso a luoghi che appartengono a tutti? Il mare, le spiagge, le città d’arte fanno parte del patrimonio collettivo e culturale del Paese. L’idea di dover prenotare una spiaggia o pagare per entrare in una città può apparire come una deriva elitaria, in cui solo chi ha mezzi economici o capacità organizzative riesce a godere di certi luoghi. Esiste inoltre il rischio che il turismo diventi sempre più esclusivo. Se l’accesso viene contingentato, inevitabilmente cresce il valore economico dell’esperienza. Hotel, servizi e trasporti tendono ad aumentare i prezzi, favorendo un turismo selezionato e penalizzando famiglie e giovani. Ma la libertà individuale può davvero essere assoluta quando il suo esercizio compromette il bene comune? È il nodo centrale della questione. La possibilità di visitare liberamente una spiaggia perde significato se quella stessa spiaggia, sovraffollata e degradata, smette di esistere nella sua bellezza originaria.

La vera sfida è trovare un equilibrio tra accessibilità e conservazione. Servirebbero investimenti in mobilità sostenibile, destagionalizzazione del turismo, valorizzazione di mete alternative e maggiore educazione ambientale. Perché nessun sistema di prenotazione potrà risolvere davvero il problema se milioni di persone continueranno a concentrarsi negli stessi luoghi e negli stessi periodi dell’anno.

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