Il mondo contemporaneo sembra aver bisogno di surrealismo. Non come fuga dalla realtà, ma come strumento per sopravvivere ad una realtà che ha smesso da tempo di comportarsi in modo realistico. Quando un presidente americano viene immaginato, e talvolta si immagina da solo, contemporaneamente come primo ministro israeliano, guida suprema iraniana e addirittura papa, non siamo più nel territorio della satira, siamo dentro un teatro politico che ha superato il limite della caricatura. La cronaca contemporanea talvolta sembra scritta da un gruppo dadaista sotto l’effetto di sostanze allucinogene. Eppure il surrealismo, quello vero, nasceva con un’ambizione profondamente seria.
André Breton voleva liberare l’uomo dalle gabbie della razionalità borghese, aprire varchi nell’inconscio, rivelare il lato nascosto della realtà. Oggi accade il contrario. Le immagini della realtà che attraversano i social, con i leader politici trasformati in meme permanenti, le guerre raccontate come videogiochi e le campagne elettorali costruite come reality show, non sono deviazioni occasionali. Sono il linguaggio dominante del nostro tempo. In questo senso il surrealismo non è più soltanto una corrente artistica, è diventato il metodo involontario con cui interpretiamo il presente. Lo aveva intuito anche Arianna Huffington quando parlava di “surrealismo contemporaneo” come chiave per raccontare l’assurdità politica, il collasso della logica pubblica, l’inarrestabile produzione di paradossi.
E qui torna alla mente inevitabilmente anche Alejandro Jodorowsky che ha sempre sostenuto che la realtà va sabotata poeticamente per essere capita davvero. Nei suoi film, nei tarocchi, nei rituali psicomagici, il senso emerge proprio dall’eccesso simbolico, dall’accostamento impossibile, dalla collisione fra sacro e grottesco. Se guardasse il mondo di oggi probabilmente non distinguerebbe più tra performance artistica e conferenza stampa.
Perché il punto è questo. Il surrealismo contemporaneo non è un’estetica, è una condizione psicologica globale. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini incompatibili fra loro. Un miliardario che si presenta come salvatore del popolo. Governi che parlano come influencer. Algoritmi che decidono la nostra percezione del reale. Leader politici trasformati in icone religiose o supereroi digitali. Ogni giorno il confine fra propaganda, intrattenimento e delirio si dissolve un po’ di più. E allora forse il mondo ha davvero bisogno di surrealismo, ma di un surrealismo consapevole, critico, artistico. Non per aumentare la confusione, bensì per riconoscerla. Per dare forma all’assurdo invece di subirlo passivamente. Gli artisti surrealisti storici prendevano i frammenti del caos interiore e li trasformavano in linguaggio. Noi, al contrario, rischiamo di consumare il caos come puro spettacolo. Il paradosso finale è che il surrealismo, nato per rompere le convenzioni della realtà, oggi potrebbe aiutarci a ritrovare un minimo di verità. Perché quando tutto sembra assurdo, l’arte dell’assurdo diventa uno degli ultimi strumenti rimasti per interpretare il mondo.
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