‘Disclosure Day’ e la nuova religione degli alieni. Perché proprio adesso?

L’uscita nelle sale italiane di Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg, arriva in un momento storico particolare. Da alcuni anni, infatti, il tema degli UFO, oggi ribattezzati con l’acronimo più istituzionale UAP (Unidentified Anomalous Phenomena), è passato dai margini della cultura popolare alle aule del Congresso americano, dagli appassionati di fantascienza ai vertici dell’intelligence e delle forze armate degli Stati Uniti. Una coincidenza? Forse. Ma è difficile ignorare come il cinema, la politica e i media sembrino convergere attorno allo stesso argomento proprio nello stesso periodo. Spielberg non è nuovo a queste suggestioni. Da Incontri ravvicinati del terzo tipo a E.T., il regista ha contribuito più di chiunque altro a costruire l’immaginario moderno dell’alieno. Non più il mostro invasore della fantascienza degli anni Cinquanta, ma una presenza misteriosa, talvolta benevola, destinata a cambiare la percezione dell’uomo sul proprio posto nell’universo.

Oggi, quasi cinquant’anni dopo, il tema ritorna con forza. Ma questa volta non è solo il cinema a parlarne. Negli Stati Uniti si susseguono audizioni parlamentari, testimonianze di ex funzionari dell’intelligence, documenti desecretati e dichiarazioni di ufficiali militari che sostengono l’esistenza di fenomeni aerei non spiegati. Alcuni ex membri degli apparati di sicurezza arrivano a insinuare l’esistenza di programmi segreti dedicati allo studio di tecnologie non riconducibili alle conoscenze umane attuali. Tuttavia la domanda rimane. Perché questo improvviso interesse istituzionale? Secondo alcuni, gli Stati Uniti starebbero preparando gradualmente l’opinione pubblica ad accettare l’esistenza di forme di vita non umane. Secondo altri, molto più realisticamente, si tratterebbe di una strategia per affrontare pubblicamente un problema di sicurezza nazionale.

Molti degli oggetti osservati potrebbero infatti essere droni avanzati, tecnologie sperimentali o sistemi di sorveglianza sviluppati da potenze rivali come Cina e Russia. In questo caso parlare di UAP consentirebbe di ottenere fondi, attenzione politica e consenso per programmi di difesa sempre più sofisticati. Esiste però anche una terza interpretazione, più sottile. Nel corso della storia, i governi hanno spesso utilizzato grandi narrazioni collettive per orientare l’attenzione pubblica. La minaccia comunista durante la Guerra Fredda, il terrorismo dopo l’11 settembre, le pandemie globali, il cambiamento climatico. Fenomeni reali, ma anche elementi attorno ai quali costruire strategie politiche e sociali. L’ipotesi extraterrestre potrebbe rappresentare il prossimo grande racconto globale. Non necessariamente perché gli alieni esistano e siano tra noi, ma perché l’idea stessa della loro possibile presenza produce effetti psicologici enormi. Unisce l’umanità contro un “altro” esterno. Ridimensiona i conflitti nazionali. Sposta l’attenzione dalle divisioni interne a una prospettiva planetaria.

In altre parole, il semplice dubbio potrebbe essere più potente della certezza. Forse il fenomeno UFO non riguarda soltanto la possibilità di altre forme di vita nell’universo. Forse parla soprattutto di noi. In un’epoca caratterizzata da crisi economiche, guerre regionali, rivoluzioni tecnologiche e intelligenza artificiale, le società occidentali sembrano attraversare una fase di profonda incertezza. Le vecchie certezze vacillano. Le grandi ideologie del Novecento sono tramontate. Le religioni tradizionali perdono influenza.Ogni epoca, però, ha bisogno di misteri. E gli extraterrestri rappresentano il mistero perfetto. Sono abbastanza plausibili da sembrare scientifici, abbastanza lontani da restare irraggiungibili, abbastanza enigmatici da alimentare un dibattito infinito. Da questo punto di vista, gli alieni rischiano di diventare la nuova mitologia del XXI secolo. Non più dèi che scendono dal cielo, ma visitatori provenienti dalle stelle. Non più profeti, ma informatori dell’intelligence. Non più apparizioni miracolose, ma documenti classificati.

Ma perché ne parlano soltanto gli americani? È forse questa la domanda più interessante di tutte. Se davvero fossimo di fronte a un fenomeno globale, perché le grandi rivelazioni arrivano quasi esclusivamente dagli Stati Uniti? Perché non assistiamo a conferenze stampa analoghe in Francia, Germania, Italia, India, Giappone o Brasile? Perché gli ex agenti segreti che testimoniano davanti alle telecamere parlano quasi sempre inglese e lavorano quasi sempre per Washington? L’universo è immenso. Se esistessero civiltà extraterrestri capaci di raggiungere la Terra, appare curioso immaginare che abbiano scelto come interlocutore privilegiato il Pentagono.

L’osservazione può sembrare ironica, ma pone un problema reale. La quasi totalità delle informazioni che alimentano il dibattito mondiale proviene da apparati militari e di intelligence statunitensi. Sono gli stessi ambienti che controllano l’accesso ai dati, decidono cosa rendere pubblico e stabiliscono quali documenti desecretare. In altre parole, il racconto è quasi interamente costruito da una sola fonte. Questo non significa che sia falso. Ma dovrebbe indurre a una certa prudenza. Cosa ci nascondono? È la domanda che accompagna questa stagione della disclosure. Forse ci nascondono tecnologie militari, forse informazioni che non possono essere divulgate per motivi strategici, forse semplicemente non sanno davvero cosa stiano osservando. Ma forse la domanda più importante non è se esistano davvero.

La vera domanda è perché qualcuno desideri così tanto che continuiamo a parlarne.

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