Il corpo come manifesto. Il dilagare della moda dei tatuaggi

Negli ultimi vent’anni il tatuaggio è passato dall’essere un segno distintivo di gruppi marginali, ribelli o tribali a fenomeno di massa. Oggi il mercato dei tatuaggi coinvolge giovani e meno giovani, uomini e donne, professionisti e studenti, in una diffusione capillare che sembra non conoscere limiti. Ma perché il tatuaggio è diventato così centrale nella società contemporanea? La risposta non riguarda soltanto la moda. Il tatuaggio si inserisce in un più ampio culto del corpo che comprende palestra, chirurgia estetica, diete, fitness e continua esposizione dell’immagine personale. Il corpo non è più semplicemente qualcosa che siamo, con i suoi pregi e difetti. E’ diventato qualcosa da mostrare, da costruire, da esibire come un’opera. In questo scenario il tatuaggio assume il ruolo di linguaggio visivo permanente. Il corpo diventa un quadro sul quale incidere emozioni, desideri, simboli, nomi, immagini sacre, animali, spesso accostati senza alcuna coerenza artistica o culturale. Si assiste così a un paradosso curioso. C’è grande attenzione all’immagine esteriore ma, in molti casi, scarsa conoscenza del significato profondo dei simboli utilizzati.

Dietro questa diffusione emerge anche una dimensione psicologica e sociale. Narcisismo, individualismo e solitudine sembrano intrecciarsi nel bisogno crescente di attirare lo sguardo degli altri. Il tatuaggio diventa una richiesta silenziosa di attenzione, un modo per essere visti in una società nella quale ciascuno teme di diventare invisibile. Non basta più esistere, bisogna distinguersi continuamente. Eppure questa ricerca di unicità produce spesso l’effetto opposto. Milioni di persone finiscono per tatuarsi seguendo tendenze identiche, replicando simboli standardizzati e immagini seriali. L’atto che dovrebbe affermare l’individualità si trasforma così in conformismo estetico.

Resta poi una domanda raramente affrontata, cosa accadrà a quei tatuaggi con il passare degli anni? Il corpo cambia, invecchia, perde tonicità ed anche le emozioni che hanno spinto a tatuarsi possono svanire completamente. Un nome inciso sulla pelle, una frase d’amore, un simbolo vissuto come assoluto a vent’anni potrebbero non rappresentare più nulla a cinquanta o sessanta. Il tatuaggio, nato per fermare un momento, rischia allora di trasformarsi nel ricordo permanente di una persona che non esiste più.

Sorprende anche la scarsa preoccupazione diffusa riguardo all’inoculazione di sostanze chimiche sotto la pelle. Inchiostri, pigmenti e materiali di cui spesso si conosce poco vengono introdotti nel corpo con leggerezza, mentre il business del tatuaggio continua a crescere enormemente. Non riguarda più soltanto i giovani, ma abbraccia anche molti adulti e meno giovani che entrano così nel mercato dell’immagine corporea, quasi a voler dimostrare di appartenere ancora al mondo dei corpi da esibire. Persino l’origine della parola “tatuaggio” richiama un rituale, spesso sacro, che nella società contemporanea sembra però aver perso gran parte della sua dimensione spirituale, per diventare soprattutto consumo estetico.

Il tatuaggio non è necessariamente un male, né chi si tatua va giudicato superficialmente. Ma il fenomeno merita una riflessione più profonda. In una società dominata dall’immagine, il rischio è che il corpo smetta di essere vissuto come identità interiore e diventi soltanto una superficie da decorare per ottenere attenzione, approvazione e visibilità.

Articolo di Silvia Fatur

 

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