‘La felicità’ imperfetta e l’amore dopo le delusioni vanno in scena al Teatro Bobbio

Sei mesi, due vite e una domanda: cos’è davvero la felicità? Questi i temi trattati nello spettacolo, La felicità” in scena al Teatro Bobbio di Trieste. Tratta da un testo di Éric Assous, autore contemporaneo pluripremiato in Francia e recentemente scomparso, la storia si concentra su un amore che nasce dopo gli “anta”, quando i protagonisti portano con sé il peso di esperienze già vissute, figli, responsabilità, divorzi e disillusioni. Un sentimento forse un po’ più disincantato, ma non per questo meno intenso, perché, come suggerisce una delle battute chiave della commedia, “Non è perché non abbiamo più vent’anni che non abbiamo più diritto alle illusioni”.

La rappresentazione accompagna gli spettatori durante i primi sei mesi di vita della coppia, dal primo incontro casuale, agli imbarazzi della prima notte insieme, dalla nascita di piccoli rituali quotidiani fino alla decisione del matrimonio. Un percorso tutt’altro che lineare, interpretato con sensibilità da Marzia Postogna (Luisa) e Maurizio Repetto (Alessandro), capaci di dare vita ad una relazione sospesa tra desiderio, incomprensione e bisogno di riconoscimento. Al centro della commedia il contrasto tra l’idea assoluta dell’amore e la realtà, spesso imperfetta, dei rapporti umani, soprattutto quando l’amore diventa confronto con le proprie fragilità, con le paure e con quella parte sconosciuta di se che ogni relazione inevitabilmente porta alla luce. Perché come diceva Julia Kristeva, “l’estraneo non è fuori di noi, ma abita dentro di noi. È il volto nascosto della nostra identità”.

La Postogna ancora una volta non tradisce le aspettative e regala al pubblico un personaggio capace di alternare con naturalezza, leggerezza e fragilità. Repetto, dal canto suo, restituisce con misura le esitazioni e le contraddizioni di chi fatica a comprendere, e forse ad accettare, cosa significhi davvero amare. Insieme, i due attori danno forma a un dialogo credibile e coinvolgente, fatto di scontri, pause e rivelazioni. La scrittura brillante e incisiva di Assous emerge pienamente nel racconto fatto di paradossi, bugie, sorprese, ma anche di grande delicatezza. Una drammaturgia capace di essere al tempo stesso ironica e tenera, leggera e profondamente riflessiva.

La regia di Marcela Serli punta all’essenzialità, scegliendo di spogliare la scena da ogni sovrastruttura per lasciare spazio alla parola e alle emozioni. Ed è proprio in questa nudità che emerge l’essenza dello spettacolo. La felicità non è uno stato permanente, ma una ricerca continua, un tentativo costante di avvicinarsi all’altro senza maschere. E come dice Luisa poco prima che il sipario si chiuda, “la felicità non è un miraggio. Vale la pena di cercarla!”.

Puoi leggere l’articolo completo anche su Trieste News 

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