Matrimonio, ironia e solitudine: al Teatro Bobbio rivive la brillante amarezza di Natalia Ginzburg

In questi giorni Giampiero Ingrassia e Marianella Bargilli, insieme alla Compagnia Molière e al Teatro Quirino, portano in scena al Teatro Bobbio di Trieste Ti ho sposato per allegria, la prima commedia teatrale di Natalia Ginzburg. Il testo, scritto nel 1965 e arrivato a soli tre anni dal grande successo del romanzo Lessico famigliare, segnò per l’autrice un vero debutto nel teatro. La Ginzburg, infatti, fino a quel momento aveva sempre guardato con una certa esitazione a questo genere. A convincerla fu l’amica attrice Adriana Asti, che desiderava un testo teatrale scritto su misura per lei. Non a caso la protagonista Giuliana sembra modellata proprio sulla sua personalità: una donna istintiva, caotica ed egocentrica, ma anche fragile e profondamente alla ricerca della propria identità. Il titolo di questa opera teatrale suggerisce già molto del messaggio dell’autrice. L’allegria, infatti, non coincide con la felicità, parola grande e assoluta: è piuttosto una sensazione improvvisa e fragile, che affiora nelle pieghe della vita quotidiana quasi come un antidoto alla tristezza, qualcosa di più leggero e fugace, una verità ambigua che può svanire da un momento all’altro. Questo è proprio il riassunto della storia dei due protagonisti: Giuliana, personaggio impulsivo e “squinternato”, con un passato difficile, e Pietro, un avvocato affermato, benestante e razionale. I due si incontrano casualmente a un vernissage e, quasi per impulso, nel giro di un mese decidono di sposarsi.

La pièce, definita dalla stessa autrice “una piccola commedia in cui non accade nulla”, affronta con tono leggero temi come l’aborto, il matrimonio civile contrapposto a quello religioso, l’emancipazione femminile e le tensioni nei rapporti familiari: dal legame marito-moglie a quello tra suocera e nuora, fino al ruolo della donna nella società. Argomenti che sarebbero diventati centrali nel decennio successivo alla pubblicazione. L’autrice, con un sorriso sulle labbra, mette in discussione l’istituzione borghese del matrimonio e racconta la fatica di comprendersi, il senso di inadeguatezza e la solitudine che spesso si nascondono dietro i tentativi, talvolta goffi, di essere felici. Temi importanti che forse oggi segnano anche il limite della commedia, in quanto hanno un forte legame con il tempo storico in cui è stata scritta. Certe convenzioni sociali o argomenti che allora apparivano provocatori, oggi risultano meno dirompenti per il pubblico contemporaneo, distante ormai diversi decenni da quel contesto. Sul palco, Ingrassia e Bargilli sono due veri fuoriclasse che, costantemente in equilibrio tra la spontaneità emotiva di Giuliana e la rigidità borghese di Pietro, riescono a mantenere viva l’attenzione della platea. Memorabile è anche la madre di lui, interpretata da Lucia Vasini. Antagonista perfetta, cattolica praticante, è diffidente verso il matrimonio laico del figlio e ancora di più verso la nuora, giudicata troppo “provinciale” e trasgressiva per entrare nella sua ordinata routine. La sua interpretazione è elegante e tagliente, ed ogni battuta diventa una piccola lama, accolta puntualmente dalle risate del pubblico. Piacevole anche la presenza di Viola Lucio nel ruolo di Vittoria, la cameriera, osservatrice privilegiata delle dinamiche familiari, che con il suo pragmatismo concreto fa da contrappunto all’instabilità emotiva di Giuliana. Suggestivi, quasi inquietanti, i manichini cuciti da Raffaella Montaldo: disseminati sulla scena come presenze silenziose, sembrano raccontare il passato e le vicissitudini dei protagonisti.

Molto bella anche la scenografia. Una grande finestra domina la scena e si apre su uno splendido panorama di Roma. Attraverso questa vetrata si illumina uno spaccato di vita intima, mentre la città appare in diversi momenti atmosferici, dalla pioggia al tramonto, quasi come un barometro dei sentimenti dei personaggi. La regia di Emilio Russo è essenziale e rispettosa, a tratti quasi filologica, e lascia spazio soprattutto alle parole della Ginzburg, vero cuore dello spettacolo. Del resto, dietro il tono brillante della commedia si avverte chiaramente la malinconia della scrittrice. “Ero molto triste quando iniziai a scrivere questo testo”, raccontò l’autrice, “ma poi, scrivendo, è venuta fuori una cosa allegra”. Ed è forse proprio questa la chiave di lettura della commedia: ricordarci che la leggerezza non è mai sinonimo di superficialità.

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