“November”, proposto in questi giorni al Teatro Bobbio di Trieste, è molto più di uno spettacolo teatrale: è un invito a trascorrere due ore nella Stanza Ovale della Casa Bianca, il luogo simbolo del potere americano. Seduti in platea, si può osservare da vicino un capo di Stato immaginario, Charles Smith, alla fine del suo primo mandato, alle prese con sondaggi disastrosi e disposto a qualsiasi compromesso pur di restare al potere. Si tratta di un uomo incapace di accettare la sconfitta e ossessionato dalla propria posizione. Sembra pronto a piegare ogni principio pur di continuare a reggersi in piedi, ma, scena dopo scena, viene smascherato, facendo emergere le sue fragilità e contraddizioni, che rivelano un uomo inadeguato al ruolo che ricopre. Nella “stanza dei bottoni”, egli deve affrontare, progressivamente, situazioni sempre più surreali: fondi che scarseggiano, uno staff che lo considera ormai politicamente finito, la minaccia di una guerra nucleare imminente, una moglie pronta a portare via i divani dalla Casa Bianca e una realtà che gli sfugge di mano. Con una serie di mosse audaci, che comprendono la “grazia” a due tacchini prima del Giorno del Ringraziamento, il presidente tenta di riacquistare la fiducia del pubblico e di salvare la propria carriera.ù
Luca Barbareschi, protagonista assoluto della pièce, regge il peso dello spettacolo con esperienza e presenza scenica. Tuttavia, la sua interpretazione nel primo tempo non convince pienamente: appare leggermente sottotono, probabilmente ancora provato da una recente indisposizione, complice anche una scrittura che, in questa fase, risulta meno brillante e coinvolgente. Nella seconda parte, però, lo spettacolo cambia passo: il testo si fa più serrato e Barbareschi acquista energia e continuità, offrendo una prova più solida e coinvolgente. Accanto a lui, Simone Colombari e Chiara Noschese, quest’ultima anche regista, contribuiscono in modo decisivo al ritmo della performance, costruendo un efficace gioco corale fatto di battute incalzanti, tempi comici precisi e continui contrasti. È proprio grazie a questo equilibrio tra protagonista e comprimari che l’allestimento scenico funziona, amplificando il tono grottesco e surreale della vicenda.
Il testo, tratto da un’opera del premio Pulitzer David Mamet, affronta in chiave satirica il tema delle elezioni presidenziali americane e, più in generale, quello di una cultura politica costruita su giochi di potere e compromessi. Malgrado la scrittura risalga al 2007, sembra anticipare dinamiche che sarebbero esplose negli anni successivi, come quelle legate alla figura di Donald Trump e al clima politico americano, culminato nell’assalto a Capitol Hill, il Campidoglio degli Stati Uniti, nel 2021. La commedia fa ridere mostrando il potere che si sgretola, ma la realtà, invece, ci ha svelato cosa accade quando quella stessa fragilità esce dal palcoscenico. “November” è qualcosa di più di uno spettacolo: è uno specchio contemporaneo, di grande attualità, capace di ricordarci che il confine tra satira e verità, oggi più che mai, è sottile e forse sempre più difficile da distinguere.
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