Un viaggio a bordo della baleniera Pequod, tra onde scure e silenzi carichi di presagio, alla ricerca di cetacei ed in particolare di una gigantesca balena bianca. Questa è la storia che “Moby Dick”, il capolavoro di Herman Melville, pubblicato nel 1851, porta con se e che torna a vivere grazie ad una produzione del Centro Teatrale Bresciano, del Teatro Quirino e della Compagnia Molière, in scena al Teatro Bobbio di Trieste. Al centro del racconto l’ossessione epica del capitano Achab, un uomo “fatto di bronzo massiccio”, segnato nel corpo e nello spirito, consumato da una smisurata sete di vendetta contro la balena Moby Dick. La profonda cicatrice che gli attraversa il volto e la gamba artificiale ricavata dalla mascella di un cetaceo, sono il segno visibile di una ferita più profonda, quella che lo spinge oltre ogni limite umano.
Non è un caso, infatti, che Melville scelga per lui un nome così carico di significato. Il riferimento è al re biblico Ahab, figura emblematica, legata all’abuso di potere e alla cecità morale. Come l’antico sovrano, anche Achab incarna un tipo di uomo che, accecato dalla propria ossessione, piega tutto, uomini, leggi, destino, alla propria volontà. Ma la balena non è soltanto una creatura marina. È un simbolo, una condanna, una maledizione, una presenza assoluta contro cui misurarsi. Come il coccodrillo per Capitan Uncino rappresenta lo scorrere inesorabile del tempo e lo squalo nel celebre film di Spielberg non è solo un animale, ma l’incarnazione di una minaccia primordiale inarrestabile, così anche Moby Dick per Achab assume un valore simbolico. E’ la forza della natura che lo ha mutilato, ma anche quella che gli divora l’esistenza, spingendolo verso la follia e l’autodistruzione.
Lo spettacolo che vede in scena Moni Ovadia, affiancato da Giulio Corso e da un cast composto da Tommaso Cardarelli, Nicolò Giacalone, Pap Yeri Samb, Filippo Rusconi, Moreno Pio Mondì, Giuliano Bruzzese e Gaetano Bonanno, che ha sostituito l’infortunato Marco Delle Fratte, si configura come un adattamento teatrale profondamente evocativo, più vicino a una riflessione filosofica che ad un racconto d’avventura. La regia di Guglielmo Ferro costruisce uno spettacolo essenziale ma fortemente evocativo. Le scene inclinate di Fabiana Di Marco restituiscono con efficacia l’instabilità della vita a bordo, mentre luci, suoni ed effetti atmosferici proiettati sullo sfondo contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, quasi ipnotica. Il ritmo è lento e meditativo ed in questo contesto Moni Ovadia assume un ruolo centrale. La sua voce diventa guida morale e spirituale. Il suo Achab è una figura tragica, che sfida non solo la balena, ma Dio, il destino e il senso stesso dell’esistenza. E’ il simbolo di un’umanità che nel tentativo di dominare ciò che è più grande di lei, finisce inevitabilmente per soccombere. A fargli da contrappunto è Starbuck, interpretato da Giulio Corso, voce della coscienza, della misura e della fede. Il loro confronto diventa il cuore etico dello spettacolo, uno scontro tra furia e responsabilità.
Fino dove è giusto spingersi per inseguire un’idea, una verità, una fissazione? In un tempo in cui la politica globale sembra spesso dominata da leader sempre più inclini a trasformare convinzioni personali in verità assolute e ad arrivare oltre ogni mediazione, questo interrogativo sembra molto attuale. L’ossessione come quella di Achab, quando diventa ideologia, rischia di travolgere tutto, istituzioni, equilibri, vite umane. Allo stesso modo, la voce di Starbuck, prudente, etica, consapevole dei limiti, appare oggi più che mai necessaria, ma spesso soffocata. Ecco perchè questo spettacolo non è soltanto la rilettura di un classico, ma uno specchio del nostro tempo. Ci ricorda che ogni caccia può trasformarsi in destino e che il confine tra determinazione e distruzione è più sottile di quanto siamo disposti ad ammettere.
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