La 76ª edizione del Festival di Sanremo sta andando in onda su Rai 1, accompagnata dalla conduzione di Carlo Conti, dalla presenza di Laura Pausini e dai numerosi ospiti che si alternano sul palco del Teatro Ariston. Questa edizione è stata definita “senza scossoni”. Ma, nella lunga storia del festival, non si ricordano molti episodi che abbiano davvero incrinato la superficie patinata del rito. Ricordiamo l’irruzione del cosiddetto “cavallo pazzo”, che urlò in diretta che il festival era truccato; il finto tentativo di suicidio di Pino Pagano; la lite tra Morgan e Bugo; e la distruzione dell’allestimento floreale da parte di Blanco. Nessuna di queste fratture ha davvero scosso il “sismografo della società italiana”, come è stato definito il Festival della Canzone Italiana. Il palco dell’Ariston, con la sua orchestra, i fiori e gli abiti scintillanti, apparentemente immutati da oltre settant’anni, è diventato un dispositivo narrativo capace di addomesticare il cambiamento. Nato nel 1951, nel pieno della ricostruzione postbellica, il Festival di Sanremo ha rappresentato fin dall’inizio una procedura di stabilizzazione. Era l’epoca di Nilla Pizzi, delle melodie lineari e di un’idea di amore disciplinato e rispettabile, fondata sulla famiglia, su ruoli di genere tradizionali e su un’estetica elegante ma sobria. In un’Italia che cercava ordine dopo il trauma della guerra, Sanremo offriva una pedagogia sentimentale: insegnava come si ama, come ci si veste, come si sta al mondo.
Negli anni Sessanta, una prima incrinatura arrivò con Adriano Celentano. Le influenze rock entrarono in scena: il “molleggiato” portava con sé il segnale che la gioventù non voleva più soltanto compostezza, ma anche rottura. Tuttavia, il conflitto generazionale attraversò la soglia dell’Ariston in punta di piedi. Il festival assorbì la novità senza lasciarsi travolgere. Negli anni Settanta, tra violenza politica, crisi economica e radicali trasformazioni dei costumi, Sanremo non divenne mai un’arena ideologica. Rimase uno spazio di mediazione simbolica: osservava il cambiamento, lo traduceva in forma accettabile, ma non lo radicalizzava. Negli anni Ottanta, con l’esplosione della televisione commerciale e dell’edonismo, il festival accentuò la spettacolarizzazione. La forma divenne centrale: paillettes, abiti griffati e scenografie imponenti. La società del benessere doveva essere esibita, e Sanremo ne divenne la passerella rituale. Negli anni Novanta, con la globalizzazione culturale, arrivarono nuove sonorità e identità, ma furono filtrate in un linguaggio accessibile e rassicurante. Ancora una volta, il festival riuscì ad adattarsi al cambiamento senza farsi destabilizzare.
Negli ultimi vent’anni ha apparentemente accolto nuove contaminazioni musicali, linguaggi digitali e perfino polemiche sociali. Tuttavia, la logica resta invariata: tutto può entrare, purché non destabilizzi il rito. Sanremo cambia per microvariazioni controllate, trasformando anche le tensioni sociali in estetica glamour. Un abito più audace, un monologo leggermente più politico, una canzone dal lessico più diretto: tutti elementi che danno l’impressione di apertura, ma sempre entro confini simbolici ben delimitati. Sociologicamente, il festival non è soltanto evasione: funge da dispositivo di rassicurazione collettiva. Per cinque sere si crea una “bolla” in cui il Paese si riconosce, si specchia e si ricompone. In tempi incerti, l’immobilismo controllato di Sanremo offre prevedibilità in un mondo imprevedibile, continuità in una società frammentata. La bellezza estetizzata, tra musica, fiori e luccichii, addolcisce la complessità e, talvolta, la durezza della realtà. Non dobbiamo quindi aspettarci rivoluzioni, né oggi né domani. Sanremo non anticipa il cambiamento: lo certifica quando è già diventato socialmente digeribile. Non è un laboratorio d’avanguardia, ma una camera di compensazione simbolica. Ed è proprio questo il segreto del suo successo: essere uno specchio in cui l’Italia può riflettersi senza spaventarsi troppo. Una consuetudine che, mentre sembra cambiare, garantisce che nulla cambi davvero oltre la soglia del sopportabile.
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