Turismo lento contro il turismo mordi e fuggi. Qual è il futuro dei viaggi in seguito alla crisi petrolifera?

Le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran, unite alle crisi energetiche che attraversano il Medio Oriente, stanno riaprendo un tema che sembra appartenere all’austerity degli anni Settanta. Lo Stretto di Hormuz, da cui passa una parte enorme del petrolio mondiale, è tornato al centro delle tensioni internazionali. Ogni crisi nell’area provoca immediatamente oscillazioni del prezzo del greggio e dei carburanti. Jet fuel, benzina e gasolio aumentano rapidamente, e il turismo, settore fortemente dipendente dai trasporti, diventa uno dei primi comparti a subirne le conseguenze. Non a caso, il turismo mondiale ha vissuto una trasformazione profonda negli ultimi anni.

Dopo la pandemia sembrava essere tornata la stagione dei voli low cost, dei weekend lampo e delle città d’arte invase da milioni di visitatori. Per oltre vent’anni, il turismo europeo si è basato su un modello preciso, basato sull’illusione del viaggio “low cost infinito”, con voli economici, spostamenti rapidi, permanenze brevi. Il cosiddetto turismo “mordi e fuggi” ha trasformato città d’arte come Venezia, Firenze, ma anche Trieste, in mete da consumare velocemente. Due giorni, una foto, qualche esperienza standardizzata e ritorno a casa. Questo modello si reggeva però su un elemento fondamentale, il carburante a basso costo. Ma quando il petrolio aumenta, aumentano i costi dei biglietti aerei. Le compagnie sono tra le prime a trasferire i rincari sui consumatori, perché il carburante rappresenta una quota decisiva dei costi operativi. In una situazione di tensione prolungata tra USA e Iran, i voli internazionali potrebbero diventare progressivamente più cari e meno accessibili alle fasce medie della popolazione. È proprio in questo scenario che il turismo lento potrebbe diventare una necessità economica.

Per turismo lento non si intende soltanto viaggiare con calma, ma scegliere destinazioni vicine, permanenze più lunghe, mezzi di trasporto meno energivori, esperienze più legate al territorio, minore frequenza degli spostamenti. Il treno potrebbe tornare protagonista, soprattutto in Europa. Le vacanze regionali o nazionali potrebbero crescere rispetto ai lunghi viaggi intercontinentali. Anche il concetto stesso di vacanza potrebbe cambiare, meno consumo compulsivo di luoghi e più ricerca di qualità, relazioni, paesaggio ed esperienze culturali. Negli ultimi anni molte città europee hanno iniziato a contestare apertamente l’overtourism. Il turismo “mordi e fuggi” produce infatti congestione urbana, aumento degli affitti, perdita dell’identità locale e impatto ambientale elevato. La crisi energetica potrebbe accelerare una trasformazione già iniziata. Se volare costerà di più, i flussi turistici potrebbero ridursi quantitativamente ma aumentare in qualità e durata.

Paradossalmente, il caro petrolio potrebbe favorire un turismo più sostenibile. Le strutture ricettive orientate all’esperienza locale, all’enogastronomia, ai cammini, all’agriturismo e ai soggiorni lunghi potrebbero risultare vincitrici rispetto ai modelli basati sul turismo veloce di massa. Per questo il futuro del turismo probabilmente non sarà una semplice riduzione dei viaggi, ma una loro trasformazione. Il viaggiatore del futuro forse volerà meno, ma resterà più a lungo. E potrebbe tornare a cercare non soltanto luoghi da vedere, ma territori da vivere.

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Credits ph by: pexels.com

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