“Una sfinge l’attrae..” la mostra delle Scuderie di Miramare richiama molti visitatori e fa rinascere il sogno egizio di Massimiliano

L’esposizione, ospitata nelle Scuderie del Castello di Miramare, segna il ritorno, dopo 143 anni, di una parte significativa della straordinaria raccolta egizia appartenuta a Ferdinando Massimiliano d’Asburgo, registrando, in questi primi giorni di primavera, una grande affluenza di visitatori. Adulti e bambini, triestini e turisti, complici anche le festività pasquali, si sono mossi curiosi tra le teche contenenti i manufatti risalenti fino a tremila anni prima di Cristo.
La mostra, che resterà aperta fino all’autunno nella città giuliana, nasce dalla collaborazione tra il Museo storico, il Parco del Castello di Miramare e il Kunsthistorisches Museum di Vienna, istituzione che oggi conserva gran parte della collezione egizia dell’arciduca.

Visitarla è come camminare lungo le rive del Nilo senza muoversi da Trieste. Varcata la soglia delle Scuderie, il visitatore viene accolto da un’atmosfera sospesa, tra luci soffuse e silenzi ovattati. Le teche di cristallo si susseguono come tappe di un racconto antico, custodendo frammenti di un mondo lontano. Statue millenarie emergono dall’ombra, libri e papiri delicati sembrano sussurrare storie dimenticate, amuleti e oggetti funerari brillano come se conservassero ancora un’eco di eternità. Tra i volti più suggestivi della mostra spicca quello del faraone Sesostri III. Magnetico e carico di significato, originariamente parte di una sfinge regale, guarda i visitatori con un’espressione intensa e profondamente umana, tanto da divenire l’emblema dell’esposizione.

Le antiche gesta dei faraoni e il loro alone di mistero hanno da sempre affascinato l’Europa. Nell’Ottocento questa attrazione si trasformò in una vera e propria “egittomania”, tra spedizioni archeologiche, studi filologici e purtroppo anche saccheggi sistematici. In questo contesto si inserisce la figura di Massimiliano d’Asburgo, che sviluppò una profonda passione per la civiltà del Nilo già nei primi anni ’50 dell’Ottocento. Il primo nucleo della sua collezione fu acquistato grazie al console austriaco ad Alessandria, Anton von Laurin, e comprendeva anche opere ricevute in dono da diplomatici operanti nella regione.

Il progetto di Massimiliano, tuttavia, era molto più ambizioso. Egli immaginò la creazione di due musei distinti. Un nuovo edificio nel parco del Castello di Miramare avrebbe dovuto accogliere i reperti acquisiti tra il 1850 e il 1855 e il cuore di questo spazio sarebbe stato una suggestiva “camera orientale nel ricco stile arabo antico”, concepita come ambiente immersivo dedicato ai viaggi compiuti dall’arciduca in Egitto, Siria, Algeria e Marocco.
Un secondo gruppo di reperti, acquistato in Egitto tra il 1865 e il 1866 dall’egittologo Sigmund Reinisch su incarico di Massimiliano, era invece destinato al Museo Nazionale del Messico. La storia di questa raccolta ha tratti quasi romanzeschi. I reperti, caricati su una nave diretta a Veracruz, non toccarono mai realmente terra. Dopo la morte dell’imperatore, giunti in Messico, furono infatti rimandati indietro in Europa.
Nel giro di pochi anni, Massimiliano riuscì a riunire oltre 1900 reperti tra statue, papiri, amuleti e oggetti funerari, dando forma a un progetto culturale di grande respiro, volto non solo alla collezione, ma anche alla ricerca e alla divulgazione. Alcuni degli oggetti oggi esposti possedevano per lui un significato del tutto particolare. È il caso della piccola statua di Anch-takelot, una cosiddetta “statua cubo”, dalla forma compatta ed ampia per contenere un gran numero di iscrizioni, spesso costituite da inni e preghiere e che doveva esercitare un fascino speciale sull’arciduca. Non a caso infatti, fu collocata negli ambienti privati del Castello di Miramare e più precisamente nella biblioteca.

Anche il parco del castello era stato pensato come spazio espositivo. In un primo momento si progettò di innalzare due maestose colonne egizie nel piazzale d’onore, ma l’idea venne abbandonata per non compromettere l’armonia della facciata. A trovare immediatamente una collocazione definitiva fu invece la celebre sfinge in granito rosa, posta all’estremità del molo del porticciolo. Non si conosce con esattezza l’anno del suo arrivo, ma alcune fonti locali attestano la sua presenza già nell’estate del 1860. Con il corpo di leone e lo sguardo enigmatico, la sfinge è oggi uno dei simboli più iconici di Miramare. Silenziosa e immobile, essa continua a vegliare sul castello, testimone senza tempo del legame tra Massimiliano d’Asburgo e l’antico Egitto.
Dopo la morte di Massimiliano nel 1867, gran parte della collezione fu trasferita a Vienna. La mostra triestina riportando ora questi reperti nel luogo per cui erano stati immaginati, li ricongiunge idealmente con la sfinge di Miramare, creando un dialogo tra passato e presente e affascinando ancora una volta il pubblico.

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